Confini, amore e seconda guerra mondiale
Seconda guerra mondiale: un tema sempre discusso potrebbe salvarci dall'ignoranza di pregiudizi, populismi e democrazie vacillanti.

La democrazia non è come l’acqua corrente, non ti basta aprire il rubinetto. Bisogna lottare per la democrazia. Bisogna difendere la democrazia.

Slavenka Drakulić / Martin Pollack via Keller Editore

A tutti quelli che si lamentano delle immigrazioni o parlano facilmente di immigrati che portano scompiglio e rubano il lavoro.

consiglierei di leggere o rispolverare libri sulla seconda guerra mondiale, se non vogliono andare troppo “per il sottile” discernendo fake news da dati reali. O se non vogliono ricordarsi dei conflitti in corso nel mondo, vera causa dei flussi migratori che arrivano fino a noi.

Per caso mi sono trovata a leggere di recente due romanzi con tema la seconda guerra mondiale: Il tamburo di latta di Günter Grass e Una storia ungherese di Margherita Loy. Entrambi propongono un punto di vista insolito, almeno per me: il primo è quello di un tedesco profugo all’interno della sua stessa terra, in fuga dall’Est all’Ovest della Germania. L’altro è invece di una famiglia ungherese e fino adesso non ricordo di aver mai letto niente a proposito del conflitto in Ungheria.

Ho notato così alcuni fili comuni ai due, ad esempio l’enfasi posta sulle violenze e sul terrore causati dall’esercito sovietico, in teoria esercito liberatore. Più in generale, però, mi è rimasto impresso il flusso della vita mentre si avvicendano la pace pre-guerra, la pace minacciata dalla guerra, la guerra effettiva, una liberazione che sa poco di liberazione e infine il dopoguerra.

Il ritorno ad uno stato di quiete, però, non ha niente del prima: la vita non è più la stessa e anche la pace ha un sapore strano. Tuttavia noi, nel 2018, siamo talmente fortunati da conoscere solo una di quelle fasi: la pace punto e basta.

Basterebbe quindi relativamente poco tempo e dispendio mentale per aprire un romanzo come Una storia ungherese (poco meno di duecento pagine che volano) e stabilire un confronto immediato tra le sofferenze dei personaggi e quelle di chi tenta di venire da noi.

Vi dirò di più, sarebbe anche l’occasione perfetta per interrogarsi sui vari politici che con facilità disarmante attentano ai nostri diritti fondamentali. A volte lo fanno apertamente, come nel caso del ddl Pillon qui in Italia, a volte invece per vie traverse, propinando programmi televisivi per decerebrati. Per variare possono inventarsi iniziative civetta o amplificare notizie da poco così da distogliere le coscienze dalle cose veramente importanti.

Non vorrei ipotizzare scenari catastrofici ma semplicemente portare l’attenzione sul fatto che questi signori e signore mettono in pericolo le fondamenta della democrazia. Nel frattempo, però, ci sfugge che viviamo in pace, a differenza dei nostri nonni o dei coetanei in altri punti del globo.

Cosa significa questo? Beh, significa che possiamo contare sul fatto di andare a dormire senza la paura di sirene, attacchi in casa o rastrellamenti.

Proprio a puntino, stamattina, è caduto un post Instagram di Keller Editore con una citazione tratta da un’intervista a Slavenka Drakulić e Martin Pollack.

Uno di seguito all’altro, i due romanzi e le parole sul social network hanno acceso una lampadina in me, un pensiero non certo rivoluzionario ma più un’idea, un ponte da gettare tra populismi/qualunquismi/giudizi tout court e la speranza di riscattarci.

Non basterebbe leggere libri su un tema veramente popolare, passatemi l’aggettivo, come quello della seconda guerra mondiale?

Per molti di noi rappresenta infatti un’espressione fatta, da sussidiari e libri di scuola mentre per altri, avanti con l’età, ancora un tabù. Nell’area grigia tra frasi già confezionate e testimonianze sempre più rare potrebbe esserci una chiave di lettura per tanti temi scottanti del nostro presente.