Questa settimana ero partita con l’intenzione di dedicarmi ad un post in progress quando, all’ultimo minuto, ho virato in tutt’altra direzione: le costellazioni familiari, di cui avevo già scritto qualcosa.

Ho ricevuto infatti un vocale Whatsapp dalla amica/sorella che mi/si chiede: le costellazioni possono essere influenzate dall’umore e dalla predisposizione di chi partecipa? O addirittura da chi costella? Perché alcune si realizzano nella vita reale e altre no, oppure impiegano un’eternità?

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Ripensandoci, io stessa mi ero posta questa domanda un po’ di tempo prima e l’avevo rigirata sia alla principale costellatrice di allora che a una cara amica (grazie a cui ho conosciuto le due terapeute olistiche). La risposta “cumulativa”, che condivido in questo post, si basa su scambi di opinioni, costellazioni a cui ho assistito e partecipato, mie e di altri, con una costellatrice o un’altra, con risultati tangibili o meno.

L’idea che mi sono fatta è che la costellazione possa vedersi come una fotografia della situazione costellata in quel dato momento. Ne rivela lo stato attuale, con le sue dinamiche latenti, oltre ad un possibile sviluppo futuro. Secondo me, quello sviluppo futuro non rappresenta un dato certo bensì un indirizzo, o magari lo scenario con maggiore potenziale per realizzarsi.

L’effettiva realizzazione di quella fotografia, però, – specie se positiva – dipende da un altro fattore: da quanto ci crediamo realmente e da quanto siamo motivati ad attivarci concretamente per andargli incontro.

Ricordatevi, parlo sulla base dell’esperienza e non per dettare sentenze a casaccio…

I risultati che non sono mai arrivati.

Nelle ultime due costellazioni, risalenti ad almeno un paio di anni fa, ho messo in campo un desiderio che a oggi non si è realizzato: la “cosa che volevo” esisteva già in entrambe e mi stava addirittura aspettando. Solo che, dalla prima, emergeva qualcosa che non mi entusiasmava per niente (anzi); mentre il risultato della seconda era talmente  “tanta roba”, come si dice qui in Toscana, che mi pareva pressoché inarrivabile, da far girare la testa. Morale della favola? Per motivi opposti non ho perseguito né una né l’altra possibilità. E niente è più successo.

I risultati che sono arrivati.

Ora la parte positiva, di cui spesso neanch’io mi capacito. Qualche anno fa partì per un programma europeo in Inghilterra insieme ad gruppetto di ragazzi e ragazze formidabili.

All’apparenza sembravano come me, ma però loro, a differenza di me, riuscivano a far accadere le cose. La loro intraprendenza quotidiana mi sbalordiva e allo stesso tempo mi dava una carica pazzesca [alla Nido del Cuculo, sorry!]. Fu dunque sull’esempio e sull’incoraggiamento di una di loro, Gemma (una forza della natura), che decisi di candidarmi anch’io per una posizione alle Olimpiadi di Londra 2012, un ambito a cui – onestamente – non avevo mai pensato. Oltre ad inviare il CV mi misi a lavorarci sopra con delle tecniche di co-creazione, il Transurfing di Vadim Zeland.  Tuttavia il momento era giusto: l’evento di grande prestigio e io, in grado di arrivare ovunque.

Ebbene, andò a finire che ottenni un primo colloquio telefonico (non vi dico l’eccitazione e la faccia ad ebete quando lessi l’e-mail di convocazione), lo superai e ne ottenni un secondo (al quale però non partecipai per scelta, consapevole di aver provato tutto “per gioco”, non perché ci tenessi).

In sostanza, cos’è che fa funzionare le cose?

Crederci veramente, secondo me. Crederci cioè dal profondo, con una convinzione tale che non è frutto di finte affermazioni o di ottimismo preconfezionato. Tanto “basta” infatti a spingerci ad agire con naturalezza e con motivazione autentica verso il nostro traguardo.

E le costellazioni non fanno eccezione, almeno così è successo a me.

Qual è la ricetta di una costellazione che funziona?

Hug in the dark

Non credo che ad influire su una costellazione sia tanto chi costella quanto il metodo con cui costella. Quello sì che è cruciale, perché determina se i partecipanti usciranno dalla sessione ricaricati e rinfrancati anziché esausti e prosciugati.

Nella mia costellazione ideale gli spettatori osservano il silenzio poiché sanno che anche i loro movimenti la condizionano.

Onestamente mi fa saltare i nervi sentir parlottare, commentare, scartare pacchetti vari e spremere bottigliette, essere distratta da chi si alza per andare in bagno durante la costellazione.

Allo stesso modo, chi rappresenta il sistema dovrebbe limitare la quantità di parole per permettere alla rappresentazione di fluire: faccio fatica a seguire se i partecipanti esagerano con la spiegazione di sensazioni e pensieri, spesso con il costellatore a rincarare la dose. In casi così è sicuro che torno a casa con un mal di testa lancinante.

Il clima perfetto, per chiudere, l’ho vissuto là dove, chi era nel sistema, dosava le parole e si muoveva incoraggiato da un’atmosfera di partecipazione silenziosa, attenta e rispettosa da parte di tutti gli spettatori.