L’incontro con il romanzo a Londra.

House of Names mi è capitato tra le mani durante un fine settimana a Londra. In tre giorni non ero riuscita ad incappare in nessuna libreria di usato, quindi mi sono infilata in una Waterstones.

Il piacere di rientrare in una libreria britannica si è attivato all’istante, di fronte ad una pletora di titoli presentati in modo accattivante, numerosi da tempo sulla mia lista dei libri da leggere, tutti rigorosamente in inglese.

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Nel paradiso dei libri tutti in inglese.

Non riesco a contenere l’emozione di avere davanti i testi di autori che seguo da una vita o di cui ho sentito parlare, ma che posso sfogliare solo ordinandoli una alla volta su Amazon UK. Il fidanzato, però, mi ha strappato la promessa di restare dentro pochi minuti. Scegliere un titolo da portare a casa si è rivelato un compito arduo.

Di House of Names mi attrae la copertina: lo rigiro un pochino e ne leggo la trama. Faccio lo stesso con Agnieszka Dale e altri, che rimetto giù per poi uscire a mani vuote. Ripenso infatti a tutti i libri non letti sulle mensole di casa e sul Kobo ma me ne pento molto presto.

Appena ne abbiamo la possibilità mi infilo velocemente in una Waterstones, sfilo dritta verso il tavolo su cui è adagiato il romanzo di Toíbín, pago ed esco. Non prima, peraltro, di avere intrattenuto una veloce conversazione letteraria con la cassiera, che mi consiglia il nuovo The End We Start From. Sono al settimo cielo per l’acquisto, per il momento culturale in lingua e per la bellezza di Londra.

Il romanzo mi è piaciuto ma…

Il romanzo mi ha lasciata a bocca aperta più volte, a ripetizione per quasi tutta la prima metà.

D’altra parte, si apre sul punto di vista di Clitennestra, una donna con una visione molto precisa del proprio limite di sopportazione: come potevano lasciarmi indifferente la sua voce e le sue potenti, spesso incaute azioni?

Ad un certo punto, ahimè, è successo qualcosa. Io, da parte mia, ho allentato il ritmo di lettura, che ha dilatato la percezione degli eventi narrati. La trama stessa, da parte sua, non aiuta. Procedendo, ho avuto l’impressione che si crei un ingarbugliamento tra divagazioni, affollamento di personaggi, rimandi e sottintesi che a volte arrivano a conclusione, a volte stentano a trovare posto nella fitta rete di eventi.

È possibile che Toíbín abbia perso, lui stesso, il filo del discorso?

Non avrei mai osato ammettere a me stessa questo dubbio se non avessi letto una bella recensione su The Telegraph.

Oltre ad esaltare tutte le qualità di The House of Names fa anche notare la presenza di discrepanze e lacune, in aggiunta a dubbi sulla modalità in cui è stato sviluppato Oreste. Egli dovrebbe rappresentare il filo conduttore della narrazione, tuttavia:

“In all the fog and silence, it also becomes hard to make out Orestes himself. Sometimes […] we sense that he may have lost his way with this character too. In his quest to give personality and feeling to this unfortunate cipher of the gods, he has overstuffed him and fatally blurred his edges.”

“In tutta questa nebbia e silenzio, diventa dura distinguere anche lo stesso Oreste. A volte […] abbiamo la sensazione che possa aver smarrito la strada anche con il suo personaggio. Nel suo tentativo di dare personalità e sentimento a questa sfortunata cifra degli dei, lo ha sovraccaricato e ne ha fatalmente offuscato i contorni”.

Link alla recensione: House of Names by Colm Tóibín review – Greek myths made human

Di House of Names non risultano traduzioni in lingua italiana. Si può acquistare su Amazon UK.