Viaggio al termine della notte, Céline
Viaggio al termine della notte, Céline
Viaggio al termine della notte, Céline

Premesso e confessato che avevo sempre scambiato Paul Ferdinand Céline con (Paul) Celan, devo ammettere che mi ero sbagliata pesantemente sul contenuto del romanzo.

Chissà perché mi aspettavo una storia ricca di filosofeggiamenti, riflessioni, indagini psicologiche al limite dello sterile e una trama relegata a un secondo, terzo o quarto piano.

Mi sono dovuta chiaramente ricredere molto presto, non appena ho intravisto i sentori di un’epopea personale, un’odissea selvaggiamente moderna e, per questo, spesso grottesca: parolacce, violenza, cinismo, ricerca angosciante e interminabile,  ironia, il buio.

Questi elementi occupano all’incirca 500 pagine attraversando continenti, ribaltamenti di fortuna (se di fortuna si può parlare per il protagonista!), amicizie e inimicizie per intrecciarsi ad un elemento determinante, che non mi ha fatto cedere all’impulso di interromperne la lettura.

In questo romanzo c’è tutto: ci sono riflessioni sulla condizione e sui comportamenti umani (anche i più semplici) che non sapremmo mai esprimere a parole .

Céline, al contrario, riesce a concettualizzarli un po’ “dal niente” con una semplicità tanto apparente quanto disarmante. Li presenta ai nostri occhi con una maestria tale da permetterci, costringerci quasi, a riconoscerci in essi. Possiamo, infatti, tentare di prendere le distanza dalle scelte di Bardamu e dai suoi primitivi istinti, tuttavia non possiamo che ammettere senza riserve il carattere indiscutibilmente universale, condiviso delle argomentazioni che ne scaturiscono.

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