Il dolore è arrivato in un modo strano. Non mi aspettavo lacrime, commozioni improvvise e mancanza di respiro, perché non mi appartengono: difficile da accettare, ma sto imparando a convivere con me stessa.

Il dolore si è introdotto come attraverso una piccola canula, così da diffondersi lentamente in me e restare con me per tutta la giornata.

Si è trasformato in un senso di mancanza profondo e ancestrale nei confronti della mia terra natale non appena ho visto una banale foto su Whatsapp. Il dolore ha azionato il promemoria delle radici, che sono lì a sorreggermi silenziosamente ma sempre pronte, all’occorrenza, a dare l’allarme come sirene. Immobili eppure sensibili agli smottamenti, hanno bisogno di aggiustarsi entro il loro centenario terreno.

Le radici scatenano una sensazione di trascinamento verso il basso, mi ricordano che non posso ignorarle. Che, per ogni persona che mi lascia laggiù, un pezzetto di loro si tramuta e pertanto io dovrei essere là a testimoniare, lasciare che l’energia del momento imprima con tutta la sua forza, in me, questi scossoni che si chiamano vita.

 

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